domenica 29 ottobre 2017

L'immaginazione, da cui proviene l'intuizione che conduce alla comprensione della realtà sensibile, non prescinde dall'esperienza sensoriale, poiché geneticamente ci vengono ereditati gli strumenti cognitivi, ma non la stessa conoscenza, che dell'esperienza necessita. Intelligenza senza esperienza sarebbe come una scatola vuota, il cui peso gravitazionale nella rotazione dei corpi, si limiterebbe alla sottigliezza impercettibile del solo imballo. Le metodiche di analisi e di reazione comportamentale sono invece soggettive, uniche e innate (per quanto anch'esse frutto di una evoluzione genetica dell'intelletto, sempre più sollecitato dalle crescenti sfide cognitive dell'umanità), per cui la stessa esperienza vissuta da due soggetti, genera necessariamente due rielaborazioni distinte e quindi due risposte diverse. Ne deriva che non è "l'occasione a rendere l'uomo ladro" ma è l'uomo ladro a divenire empiricamente consapevole di essere già tale, grazie alla possibilità. Ciò conduce al fatto che la conoscenza della realtà sensibile non prescinde dalla realtà sensibile medesima. Il modo di comprenderla e reinterpretarla muta in base alla soggettività, per cui malvagità ed empatia (che sono solo differenti condizioni dell'egoismo) non sono tali in assoluto solo per il tramutarsi oggettivamente in azioni rispettivamente dannose e generose, ma sono tali già per il fatto di esistere nel pensiero, prova ne è che il loro eventuale contenimento allo stadio solo immaginativo (per paura o convenienza), determina violenza e frustrazione sul proprio essere per cui, pur nello stadio solo potenziale, sono fonti insopprimibili di tentazione. Malvagità ed empatia sono in realtà solo due facce ontologicamente soggettive dell'unica legge che regola universalmente l'individuo nella difesa dalle minacce del cosmo, ossia l'egoismo, la ricerca del proprio benessere, l'atomo imprescindibile, indivisibile e sempre pari a sé stesso di ogni materia dotata di facoltà intellettive. Soggetti geneticamente "malvagi" saranno condotti dall'istinto egoistico di sopravvivenza verso azioni dannose, mentre soggetti empatici verso la generosità, ma sarà solo la loro soggettiva rielaborazione della realtà, a rendere conveniente e funzionale al proprio egoismo, talvolta l'uno o l'altro comportamento. Di qui la secondarietà dell'azione, (per la sua mancante dimensione ontologica) rispetto al pensiero, indivisibilmente egoista, e unico motore, quest'ultimo, dell'intero cosmo.

Emmanuel Menchetti.

mercoledì 13 settembre 2017

  1. Non deve stupirci l’idea che la materia e l’universo siano SEMPRE esistiti a tal punto da immaginare un Dio che scioccamente si autocrei (o per il quale esclusivamente ed incoerentemente invece il concetto di infinità del tempo dovrebbe sussistere). Il tempo è sempre esistito, quindi anche lo spazio. E’ solo la nostra mente, il cui linguaggio è schiavo dei limiti temporali del nostro corpo, incapace di astenersi saggiamente dal conferire necessariamente un inizio e una fine a tutto.

sabato 2 settembre 2017

PROWLERS - "FREAK PARADE" (2016)








Sin dalle note introduttive del primo brano "Golden Bricks" per poi proseguire con "Fantastic Fanatic",  si "respira" l'odore di una cantina in cui si sono consumati vinili di hard rock settantiano, primissima New Wave of British Heavy Metal, insomma in cui si è respirato il rock, quello vero; si denota tutto l'amore di questo combo pesarese per le sonorità che hanno fatto la storia di tutta quella musica che ha giocato (come un dignitoso bastian contrario)  da contraltare più aggressivo e colto al pop maggioritario altrimenti smielato e lecchino (di quello che invece strizzava spesso l'occhio alle vendite dietro pegno di ballad sgonfie di tono ma che si concretizzassero in emozioni più rapidamente codificabili dalla massa) per inseguire invece una passione più sanguigna, più selvaggia, fatta sì di chitarre rocciose ma senza per questo rinunciare alla melodia, ma anzi sublimandola, sia nelle linee chitarristiche, molto orecchiabili, immediate e stupendamente vintage nelle sonorità, che in quelle vocali, efficaci  e ben realizzate, che nei motivi  tastieristici, mai banali né limitati al solo accompagnamento, ma sempre attenti a ritagliarsi un ruolo comunque di primo piano nel tessuto armonico che complessivamente giunge all'ascoltatore. Il riff iniziale invece di "Turtle Man" ci ricorda i tempi più brillanti, ma in parte anche le avventure recenti più riuscite, degli Iron Maiden, ossia di quella band (e lo si evince anche dal nome stesso del gruppo in questione) che forse ha maggiormente giocato un ruolo di primo piano nel magico e talvolta costruttivo influsso genetico, non necessariamente spregevolmente clonistico, che è l'ispirazione e l'influenza musicale. Il brano poi però recupera prontamente il proprio binario dell'originalità che contraddistingue il quintetto, verso un proprio traguardo meritevole di attenzione. Se ci si lascia cullare invece dalle note di "Joseph Merrick" si entra in una dimensione mentale che ci trasporta in un viaggio nel tempo scostante dalla realtà attuale, in cui ci si dimentica di vivere questo altrimenti tedioso 2017, in cui guardando gli oggetti attorno, seppur familiari, ci si potrebbe convincere di vivere negli anni '70, oppure, in una lettura maggiormente onirica, di percorrere una strada diritta all'infinito, con negli occhi l'immagine di un orizzonte inarrivabile che si staglia plumbeo nella polvere di un deserto del sud del Texas. Il disco prosegue senza grossi cali di tensione fino al brano, secondo me, meglio riuscito del disco: "Fighting All Again", un incipit efficace quasi alla Ac/dc ma subito completato da tastiere di supporto accattivanti che aprono il suono verso una dimensione più areata e meno rarefatta, e linee vocali molto curate e definite, di grande impatto. Una maggiormente purpleiana "Not By My Side" irrompe subito dopo a farsi ricordare tra i momenti migliori del platter, riportandoci a quel rock ispirato dalla musica classica ma anche dal blues che tanto educò la formazione di Jon Lord e soci. Da ultimo, come nelle migliori opere che si rispettino, un outro qui dal sapore vagamente medievale, ma anche dal colore esotico-bizantino, ci lascia con le sue splendide note acustiche, gradualmente verso il silenzio di una fine che pone l'ultimo sigillo su di un lavoro davvero lodevole, ispirato ed emozionante.

VOTO: 8

Emmanuel Gravier Menchetti.

sabato 4 febbraio 2017

IL SUADENTE SENSO DEL CONTROSENSO (nuovo racconto ...)

Nulla è più affascinante, attraente, pacatamente indesiderabile ma, proprio per questo, eternamente avvenente, come il contrario della logica. Quanto scialbo e insipido è il consueto, l'usuale, ciò che mantiene la propria forma indissolubilmente, pur di fronte ai continui mutamenti del cosmo. La stessa terra trema, le croste si muovono innalzando montagne, creando nuovi dirupi, distribuendo inaspettate pendenze, nell'eterna rotazione terrestre che mai troverà fine nel nulla del cosmo e per qual motivo allora la mente umana, reclusa nell'infinitesima galassia asservita alla vastità incalcolabile dell'universo, dovrebbe comportarsi in modo stabile ed immutato, se tutto attorno a noi si muove? Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma e le nuove vite nascono dalla morte delle preesistenti, la fine delle relazioni dal dinamismo dei sentimenti e dei riguardi reciproci, la fragranza della novità si genera dallo sperma stantio del tedio, che ci guida verso il cambiamento della rotta di una nave che è la fragile esistenza umana, nella perpetua burrasca dell'ambiente circostante. Quale imbarcazione potrebbe assurgere alla folle utopia di rimanere immobile in una tempesta in mare? I sentimenti umani sono talmente teneri, moralmente ineccepibili, formalmente squisiti, che meriterebbero di sopravvivere nell'eterna immobilità, pur di fronte al passaggio del tempo e all'incedere delle malattie e della decrepitezza senile. Ciò che invece ne scuote il sentore sino a farlo vibrare dal fulcro dell'essenza, gettandone la sindone della fine sul primigenio abbaglio, è l'incoerenza della mente umana, che fa danzare il suo gioco di colori nel corso della vita, seguendo una rotta che somiglia a quel mistero così antitetico dal consueto, prostrando inevitabilmente l'innamorato al cospetto dell'abbandono, e le effusioni ai ricordi. Il magma dell'inconscio, che si riappropria del caos nel fulcro della terra, restituisce vivacità ai comportamenti umani, asservendoli al fascino suadente ma lascivo dell'imprevisto e del contrapposto, nel quale taglio di confine e rottura, il desiderio si infiamma poiché sono le nostre stesse emozioni a bramare il contrasto, l'auspicabile piacere della tragedia, del disastro, del lutto incontrastabile che pone fine all'inesorabile tedio della circostanza. Qual piacere nel rompere tutto ciò che nella vita abbiamo costruito, per la quale ci siamo sacrificati; quale appagamento nel demolire ciò che a noi sta proprio più a cuore, nell'allontanare il bello che più ci piace, il sogno più desiderabile ed ucciderlo proprio in quanto tale. Che sottile godimento nell'affondare il piacere che più ci appagava per rincominciare un nuovo percorso, come in una eterna sfida con noi stessi, nel caotico ed informe disordine del cosmo, in cui nulla ha un inizio né fine. Tanto più auspico tranquillità e limpidezza di aspettative, tanto più getto la mia vita nel sottile e trasgressivo tremore orgasmico del disordine di una babele inconfessabilmente attraente. Sino a ieri avevo un lavoro, un impiego stabile, in cui mi sono costruito una posizione di rispetto nell'organigramma aziendale, raggiungendo vette suscettibili di fiducia e stima da parte dei miei superiori che mi sottrassero alla disperazione della disoccupazione cronica e della povertà senza dignità. Raggiunsi quegli auspicati traguardi inaspettati con onestà e fatica, lungi dall'arrivismo, ma con la paziente compartecipazione e la costante dedizione al lavoro impiegatizio del servo più  diligente. Oggi che potevo cominciare a cogliere i frutti di tutti questi sacrifici, ho deciso di abbandonarmi alla segreta gioia dell'annientamento, dell'annichilimento totale da cui è partita la graduale tragedia della fine della mia stessa vita. Mentre il mio superiore mi dettava una lettera da dattilografare al suo miglior cliente, io sentii, per la prima volta, il desiderio incontrollabile di modificare il dettato ricevuto, scrivendo scemenze nella missiva. Fui sconvolto dalla novità di quelle sensazioni e non decisi deliberatamente di dare loro vita, furono loro a rapire il mio controllo e a tessere le nuove trame del mio destino. Fu così che, in preda ad una risata isterica che non riuscivo a trattenere, pur non celando preoccupazione di fronte a ciò che stava in me succedendo, sogghignai al mio superiore, proprio allo stesso uomo che mi aveva salvato dall'incipiente precarietà lavorativa dei mei preesistenti impieghi saltuari, e lo feci scaraventando la macchina da scrivere per terra. In preda poi ad una sghignazzata diabolica e irresistibile, non riuscii a contenermi dal dirgli di andare a farsi fottere senza un motivo, per il solo piacere che doveva fottersi ed andarsene. Quando osservai poi la lettera di licenziamento che mi fu recapitata sotto agli occhi il mattino seguente, accartocciandola con la forza della disperazione, capii che quelle parole mi erano state dettate dal Diavolo in persona, non potevano essere mie, fatta salva l'unica remota ipotesi in cui la mia mente si fosse gettata da sola, incomprensibilmente, nella pazzia più dissennata. Crollai in un pianto isterico, promettendomi di rimettere al più presto ordine a ciò che io stesso avevo distrutto, cominciando dalla mia mente, ormai, con evidenza, giunta ad un piano di malaugurato degrado. Poi mia moglie entrò nella stanza e mi abbracciò, la mia altra metà psichica che avevo sempre amato in vita sin dalla tenera età e con la quale avevo seminato imperterrito un rapporto sublime e auspicabile, nella perpetua inconsistenza dei fallimenti umani, e la donna alla quale avevo appena raccontato, mentendo, di aver subito un licenziamento ingiusto e immotivato. A quella amorevole stretta tra le sue braccia, alle sue carezzevoli lacrime che infradiciavano pure il mio viso, in cui espletava tutto il suo compiacimento al mio dolore e tutta la sua mortificazione  conseguente alla tragedia dell'incompreso e inaspettato, sentii ad un tratto il desiderio irresistibile di sottrarmi. Cominciai allora a deriderla, accusandola di aver creduto ad una balla che le avevo detto. Non riuscii a trattenermi dalla demoniaca tentazione di confessarle la reale dinamica dell'evento miserabile che aveva portato al mio licenziamento, e lo feci senza riuscire a vincere quello stesso appetito nefasto. Fu allora che le raccontai la verità di quello che era successo e quando la vidi impietrita, teneramente sgomenta di fronte alle mie incompatibili confessioni, mi misi a ridere come un pazzo maledicendola e urlandole che era solo una sciagurata meretrice opportunista, che mi aveva sposato solo perché il mio lavoro stabile e ben remunerato le avrebbe garantito la sicurezza economica per una prole che, fortunatamente, sino a quel momento non era stata ancora concepita. Le dissi, insomma, esattamente ciò che sapevo non essere vero, perché mai nessuna donna mi amò di un amore puro quale quello che provava la stessa persona che ora stavo insultando. Sapevo che mi aveva amato sin da quando ero un collegiale scapestrato, dedito solo allo spasso e all'ozio, per poi starmi ancora vicino quando disperavo per la mia disoccupazione ormai cronicizzata, tra un impiego precario e l'altro. Sapevo benissimo che non meritava questo trattamento ma mi resi conto che ciò era esattamente l'unico vero motivo per cui l'avevo invece messo in atto. Quando il prete della mia parrocchia, quell'uomo così sempre cordiale, amorevole verso il prossimo, costantemente generoso di quella squisita filantropia verso i meno abbienti e bisognosi, venne a sapere del divorzio che aveva così macchiato la mia vita sentimentale, suonò a quella che ormai non era più la mia porta ma solo l'ingresso della casa di mia suocera a me divenuta improvvisamente estranea, e dalla quale dovevo andarmene al più presto. Lo feci entrare, lo pregai di accomodarsi, gli servii un caffè. Lo guardai poi dritto negli occhi e gli raccontai la verità. Gli dissi che il Demonio mi aveva rapito, deteneva le redini delle mie scelte, delle mie emozioni, facendomi demolire tutto ciò a cui più tenevo. Quell'uomo così nobile d'animo e compassionevole, mi disse che il Diavolo era la tentazione e dovevo farmi aiutare da lui a scacciarlo, dovevo pregare e riavvicinarmi a Dio per ritrovare la strada della salvezza e ritornare ad avere il controllo delle mie azioni. Non mi parlò di pazzia ma solo di lotta tra bene e male, tra il Dio creatore e il suo angelo ribelle, il quale assoldava altre anime eversive e ingannevoli, in una lotta contro l'armonia del creato, trascinandole segretamente in un processo di dissoluzione che avrebbe portato alla solitudine e alla morte, come per vendicarsi  sulle stesse creature divine, arrecando loro il medesimo stato di abbandono in cui Dio lo aveva gettato. Io ad un tratto scoppiai in una risata fragorosa e gli urlai che era un emerito idiota. Scoprii quello stesso giorno i contorni del suo viso quando era deluso e orrendamente reso impotente. Mi inorgoglii segretamente di me stesso, al pensiero che ero riuscito a gettare un'ombra di malessere e rassegnazione in un animo così sempre ottimista e benevolo verso gli altri, così affamato di gioia e benessere. Mi imbarazzai di fronte all'autocompiacimento di aver gettato un velo di disperazione su quel volto così sempre fottutamente gioioso e contento. Per qual motivo doveva sempre illudersi di avere la chiave in mano per la cura di tutti i mali e per il raggiungimento della felicità, se poi questa era una condizione così chiaramente e barbaramente negata all'uomo?

... Stavo morendo di fame, seduto al freddo, mentre chiedevo la carità  per strada e nessuno più mi dava neppure un centesimo dopo che nel  mio villaggio, gira la voce che io sia un posseduto dal Demonio. Un'anziana signora però, con aria tenera, mi ha messo la sua mano ossuta sulla spalla ricurva dal peso del cordoglio, e mi ha sussurrato che se volevo un pasto caldo, potevo andare a casa sua e che se ne fregava delle dicerie della gente: "un umano sofferente si aiuta sempre" mi ha rassicurato. Questo è successo ieri. Quanto era carezzevole quella piccola vecchietta, quanta pietà nella sua voce e compassione nelle sue parole, quale tenerezza nel suo gesto.

Quale piacere irresistibile nel risponderle poi che non volevo essere ospitato nella casa di una vecchia puttana, utilizzando, per sfamarmi, le stesse posate infettate da una bocca che ha succhiato falli per più di settant'anni. Quanto mi sono divertito nel vedere il suo sguardo inorridito, mentre si metteva una mano sul cuore, in preda ad un infarto. Non chiamai aiuto e la lasciai morire davanti a me e di questo ora ne sono fiero, anche se ormai, nella cella in cui mi hanno rinchiuso, i crampi dello stomaco mi stanno torturando per la fame, poiché rifiuto pur il cibo dagli inservienti del penitenziario, insultandoli veemente con lo stesso perverso appagamento, ormai a me tristemente noto. La mia conseguente debolezza mi sta quindi trascinando via dalla vita, lasciando ai posteri solo questa confessione che, so già, rimarrà incompresa alle fragili e ridicole menti così convintamente avverse all'assurdo, ma sarà l'ultima inesplicabile spiegazione dei gesti che mi hanno condotto alla mia morente condizione.

Damien.


Emmanuel Gravier Menchetti.

sabato 28 gennaio 2017

RITRATTO DI DONNA (nuovo racconto ...)

Le luci della sala illuminavano i presenti, con la chiarezza di chi vuole scoprire una verità celata nei meandri dei sottoscala delle menti umane, mascherate di civiltà, ma che si muovono nell'ombra della perversione e danzano, suadenti, nella nera veste del disordine scapestrato e della viltà dell'onanismo più eccentrico. Le lampade del tribunale erano lì, come soldatesse chiamate ad abbagliare una verità estorta con il ricatto del supplizio, della pena morale, con la quale ristabilire un ordine nel labirinto della società, in una scacchiera di convenzioni comportamentali, che compensassero la babele del caos chiamato a rappresentare invece la naturale dinamica del temperamento umano, lasciato correre libero nell'infinto spazio della propria individualità. Il sentimento dell'uomo, lasciato, in questa esistenza, all'abbandono dalle certezze sul senso della vita, di fronte all'unica evidenza del trapasso e alla fine irrinunciabile degli eventi, lascia che il corso dei medesimi sia guidato dalla sua sfera emotiva che, come l'inconscio, dirige le azioni in modo spesso contraddittorio ma puro,  purché  preda dei sensi e dei desii più reconditi. E' allora la disperazione a farci amare gli eventi della vita, le persone che incontriamo e persino i luoghi in cui si consumano i nostri amori, i gesti, i contesti, le cornici dei quadri, il ricordo fotografico degli ambienti e persino le date diventano per noi importanti al cospetto del termine ultimo di tutto. Quella stessa costernazione inconsolabile ci fa vivere con lo stile scapestrato  della mondanità più collerica, il tragitto della nostra sussistenza, macchiata di afflizione, il cui corso si perde nel mare delle lacrime, inabissando la sua orma. Come si può pretendere allora di giudicare le azioni umane di fronte ad una giuria di esseri che siano essi stessi umani? Quale giudizio dell'uomo su un altro uomo può sentenziare allora una condanna suffragata da un assioma sull'essere? Come si può ambire a giudicare il temperamento umano se le azioni sono dettate dagli attributi innati dell'essere che ci vengono conferiti, quindi senza colpa, all'atto della nascita che, per di più, neppure abbiamo chiesto? L'uomo che compie azioni malvagie in realtà non lo fa con la consapevolezza divina di fare del male, ma lo commette semplicemente per una legge di sopravvivenza che è il puro egoismo, il quale gli fa assurgere che il male sia a sé stesso più conveniente; se il bene fosse, per contro, più convenevole alla propria sopravvivenza, l'uomo commetterebbe certamente il bene, per cui l'umanità non ha scelto di violentare moralmente la consuetudine della correttezza e la pudicizia intellettuale, per una scelta dettata dall'amore per il male, ma non lo ha fatto che per un banale senso di pragmatismo, perché ha ritenuto rubare più efficiente del lavorare, stuprare più immediato del conquistare, uccidere più servibile del convivere con chi ci disturba. Se esistesse realmente un Dio che con la cognizione del tutto e alla luce del suo potere, scegliesse deliberatamente di abbandonare l'umanità alla miseria e al dolore, allora sarebbe quel Dio condannabile in eterno nella sua essenza quale reale malvagio. Quanta debolezza, quale lasciva tenerezza quindi suscita, alla luce di quanto detto, il verdetto di un tribunale umano, se quello stesso giudizio non può condannare l'essere in quanto tale, ma la sola azione, e al fragile fine solo di evitare che il perpetrarsi della medesima, arrechi danno alla libertà altrui, nel fragile meccanismo dell'ordine societario, mascherato di infima moralità. Condannate allora le azioni perché ad ogni offesa corrisponda una difesa e contestualmente una pena, ma non giudicate gli umani di fronte a Dio, poiché i cattivi hanno solo avuto la colpa di vedere il male altrui più conveniente al proprio bene, nel particolare contesto in cui hanno agito e non rispondono delle innate facoltà mentali che hanno fatto loro apparire il male solo quale strumento con cui più agevolmente raggiungere il relativo bene, nella comune legge dell'egoismo. Non voglio però dilungarmi ancora in questo cappello introduttivo, necessario però alla comprensione della sentenza, perché ho fretta di narrare il dialogo che avvenne, nel seguito di questo racconto, tra un giudice e un imputato.

Il volto dei presenti era illuminato nel silenzio della sala, reso immobile, come fosse vuoto, privo di atmosfera, tra gli sguardi inquisitori della Corte, mentre il giudice così parlò:
"Chi ha nascosto il cadavere di quella povera ragazza proprio nel ripostiglio in cui detiene arnesi e attrezzatura di varia natura che fanno capo proprio a lei?"
"Sono stato io signor giudice" - rispose l'imputato -
"Perché lo ha fatto?"
"Perché l'ho uccisa io e volevo nascondere il cadavere affinché non mi scoprissero"
"Perché l'ha uccisa?" - lo sguardo del giudice si fece più severo, inarcando le sopracciglia in modo austero;
l'imputato abbassò il volto alle proprie ginocchia, forse incapace di sostenere il peso di quegli occhi così antitetici ad una qualsiasi informe parvenza di perdono -
"Vede, signor giudice, io amavo quella giovine ragazza, la amavo più di me stesso, mi creda...."
"....per cui? ... continui, non si lasci tradire dall'emozione..."
".... la mia amata faceva la prostituta signor giudice, accoglieva i suoi clienti nella stessa stanza in cui l'ho uccisa e dopo averlo fatto, ho nascosto il suo cadavere"
"Si può quindi giustificare il suo gesto come la manifestazione di una ... gelosia?"
"Se vuole racchiudere sotto il manto protettivo di quella unica parola, la totalità delle emozioni che mi hanno portato a intarsiare nella mia mente, la programmazione di ciò che ho fatto sino all'audacia di commetterne concretamente il gesto, ... io le consentirò di definirlo così"
"le dinamiche con cui lei ha attuato il suo omicidio, non sono comuni, le vuole spiegare a me e alla giuria che ci ascolta...vedo... esterrefatta? mi perdoni imputato, ma la sua evidente disponibilità alla confessione, non può che essere usata, in questa sede, quale efficace mezzo al raggiungimento della sospirata verità..."
"Che cosa intende signor giudice per dinamiche non comuni?"
"L'autopsia ha disposto che la sua amata sia stata avvelenata con dell'arsenico bianco disciolto nell'acqua che quindi lei le ha fatto bere..."
"Avete disposto un'autopsia? .... ma siete pazzi?... avete rovinato il mio quadro? perché lo avete fatto se ora io sono proprio qui a confessarvi il mio delitto? lo sto facendo proprio per impedirvi di sezionare in modo barbaro un corpo così bello, maledetti macellai disordinati e perversi!" disse alzando improvvisamente la voce e battendo il pugno sul tavolo.
"Non si inalberi, lo avremmo fatto comunque, è la procedura che allontana comunque l'ipotesi della falsa confessione, ...della mitomania...lei mi capisce..."
"Procedure.... che sterile nome per dare un senso all'inutilità, dovevate lasciarla intatta così come io l'ho conservata, vi ho condotto io stesso per mano alla verità..."
"Il cadavere della ragazza è stato trovato dagli inquirenti..."
"Sì e non avreste mai dovuto scoprirlo, lei era così felice con me..."
"Che cosa intende? ... la ragazza era morta"
"Io l'ho solo salvata dal suo triste destino, come le dicevo faceva la prostituta, riuscii solo per un breve periodo a farla smettere ma purtroppo i soldi che guadagnavo con il mio umile stipendio di chirurgo  in un ospedale statale, non bastavano per mantenere i suoi vizi, come la cocaina, l'alcol, il gioco d'azzardo, i vestiti e tutto il lusso di cui si circondava e che, per sua debolezza intellettuale, non riusciva ad allontanare dal suo temperamento"
"Quindi l'ha uccisa per ... mi perdoni il termine ... purificarla ?!"
"Sì signor giudice, per purificarla dalla corruzione del tempo, ho voluto fermare questa dimensione che corre incessante, cambiando le persone sotto la lente delle loro esperienze, volevo lasciare tutto immutato, volevo che lei rimanesse giovane, inesperta, pura, intoccata da chi, comprandola, si avvalesse del diritto inopportuno di deflorare il suo corpo, ho voluto fermare il tempo signor giudice, ho voluto solo fermare il tempo dalla corruzione, dal disfacimento della vita sociale che, come un cancro che libera le sue metastasi, modifica le nostre cellule, corrompe i nostri umori, getta sindoni di disincanto sugli amori sbocciati, con l'entusiasmo tipico della natura, trascinando ogni singolo evento nel suo oblio. Il cosmo stesso è un meccanismo informe di caos e disordine assoluto, che vive della vita e della morte dei suoi singoli elementi. Io ho voluto dare un senso al singolo, alla vita di quella ragazza, arrestando il processo di disincanto che porta poi alla vecchiaia, alla depressione e alla morte. Io l'ho lasciata giovane"
"...ed è per questo che ha imbalsamato il cadavere?"
"Si.... non volevo si decomponesse, ma che rimanesse bella e fresca, è così giovane..... allora  le ho disinfettato la bocca, il naso, tutti gli orifizi e le ho iniettato un fluido di imbalsamazione che avevo preparato nella mia clinica, ho lasciato il suo corpo supino per tutto il tempo in cui il fluido attuò il suo effetto, massaggiando bene i tessuti per facilitarne la penetrazione omogeneamente in tutto il corpo e perché gli organi non si indurissero prima del suo defluire nei vasi sanguigni; poi ...." - e qui la voce si fece rotta dal pianto - " l'ho truccata e per darle un po' di colore alla pelle del viso, per toglierle quel pallore così triste tipico del trapasso, le ho dipinto la pelle con della pittura a olio, restituendole quella lucentezza vitale di quando mi amava; la pettinai ogni giorno e la profumai per restituirle la fragranza del suo fascino primigenio nonché al fine di coprire gli odori della decomposizione che il processo di imbalsamazione era riuscito solo a  rallentare"
"Perché ha fatto tutto questo?" - chiese il giudice nel silenzio imbarazzato della Corte -
"Perché la amo signor giudice, non posso accettare che lei cambi, che invecchi, che gli altri uomini la desiderino, la tocchino e che, con il tempo, lei si dimentichi di me; questa è la massima forma di amore che un essere umano può provare signori della Corte, non si ama per liberare le anime all'oblio, ma per legarle a se stessi, perché nasciamo egoisti, viviamo per perpetrare il nostro istinto di sopravvivenza, solo per non soffrire di privazione e di abbandono, non siamo crudeli, nessun uomo lo è stato, persino i dittatori più sanguinari hanno commesso azioni che non sono giustificabili, ma comprensibili perché mosse da un semplice ragionamento, volto a donare a loro stessi agiatezza o  tranquillità; si uccide per paura, o per avere qualcosa che ci faccia stare meglio, o per evitare cosa ci faccia star male. Se volete giudicarmi, rinchiudetemi pure in una cella buia per il resto della mia esistenza, ma non condannatemi davanti a Dio. Deliberate ciò che riterrete opportuno a proposito della mia essenza umana, che mi accomuna a voi e colpevolizzate quindi l'intera umanità se ciò soddisfa la vostra sete di vendetta e il peso della vostra bilancia, sentenziatemi di fronte alle leggi umane, ma non a quelle divine per cui sarò colpevole in questa vita ma l'unica mia imperizia sarà stata quella di nascere umano e l'aver amato da umano, ma non additatemi quale impudico in eterno e non condannate gli attributi che non ho chiesto di avere"
L'imputato si abbandonò ad un pianto isterico. Nel silenzio risuonava solo il suo respiro affannoso, rotto da spasmi di angoscia. Nella giuria qualcuno cercò di celare le sue lacrime allo sguardo altrui. Una guardia, dopo il cenno di mano del giudice, fece alzare l'imputato e lo accompagnò nella cella dove era stato preventivamente rinchiuso.

Un mese dopo, in seguito alla seduta della Camera di Consiglio, si emise il verdetto di colpevolezza per omicidio premeditato, accompagnato da una clausola che ordinava non la reclusione dell'accusato  nella cella di un ordinario penitenziario, ma bensì il ricovero in una clinica psichiatrica, finalizzato alla messa in opera di un graduale percorso di recupero del controllo nella propria emotività, e la ratio del provvedimento fu quella di isolare il soggetto, ritenuto straordinariamente sensibile alle dinamiche evolutive delle relazioni umane, dalla volgarità della violenza dei più comuni e beceri crimini umani.

Emmanuel Gravier Menchetti.

giovedì 29 dicembre 2016

LA MASCHERA LUDICA (MIO RACCONTO)

Oggi sono riuscito a farmi dare a disposizione almeno un tavolo scricchiolante e una sedia semi-pericolante, per poter scrivere le mie memorie, appena sono riuscito ad alzarmi dal letto, in cui sono stato imprigionato per diverse settimane. Non è facile ottenere un banale tavolo per scrivere in una camera d'ospedale, ma dopo la mia petulante insistenza, ho convinto l'infermiera a farne richiesta alla direzione e ne ho ottenuto uno, anche se bislacco, almeno fino al termine della mia convalescenza tra soli due giorni. Non è molto il tempo rimasto per scrivere la mia storia ma cercherò di impiegarlo al meglio, tuffandomi in questo lavoro di ricostruzione dei fatti accaduti che precedettero il mio ricovero. Qui le giornate paiono interminabili, interrotte solo dalla routine delle visite e dei controlli di rito sul mio cuore e sulle mie rientrate funzionalità cerebrali, nonché dall'incontro di qualche amico o parente venuto a farmi visita in orari prestabiliti. Non voglio annoiare il lettore con la descrizione del mio male, non prima di parlare degli avvenimenti che accaddero prima della mia convalescenza e che spiegano anche il perché ora mi trovo qui. Voglio parlarvi della donna che mi ha cambiato la vita e che ora se ne è appena andata dalla mia camera d'ospedale, dopo un incontro in cui ci siamo entrambe commossi, guardandoci negli occhi e ci siamo baciati come non ci baciavamo da tempo immemore ormai. Voglio spiegarvi la natura del nostro rapporto, ma non prima di un breve preludio sulle qualità della mia persona, per chi non mi conoscesse così a fondo. Nella vita, come molti sanno, faccio l'attore di teatro. E' un'attività decisamente affascinante che mi aiuta ad evadere dal grigiore di dover solo apparire onestamente come se stessi nella vita, dovendo difendere la propria identità, nei rapporti sociali. Ma poi ... che cos'è la nostra identità? Perché cerchiamo la verità delle cose e nelle persone? Vi siete mai chiesti se preferireste conoscere una bella bugia o una brutta verità? beh ....  io vi direi una bella bugia. A che serve sapere la verità se la nostra vita ha un inizio ed una fine che non è mai lieta ma che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere solo più lontana, facendo null'altro che allungare il nostro tedio e il nostro malessere di vivere, ritardandone unicamente il momento della fine. Se la vita non ha un senso, per quale motivo dovrei ricercare la verità di quello che ho vissuto? non sarebbe più comodo vivere nell'illusione della bugia se la sua luce rischiarasse le ombre della ragione, fino alla fine dei nostri, altrimenti, tristi giorni? Non è meglio vivere come se la nostra intera esistenza fosse una scena teatrale in cui non smettiamo di recitare sino a quando la nostra vecchiaia non ci condannerà a spirare senza più possibilità di ritorno? Non è meglio fingere sino al nostro ultimo respiro come una brava meretrice mentirebbe sul proprio piacere, illudendoci di aver vissuto una vita sensata, magari credendoci immortali e convincendo le persone che ci circondano di essere migliori di ciò che, in realtà, siamo? Non sarebbe più conveniente recitare la parte che sappiamo più di piacere alla nostra compagna, piuttosto che essere noi stessi rischiando di allontanare quella persona di cui comunque ci rendiamo conto di avere bisogno? se sappiamo di non meritarla altrimenti, perché essere onesti e perderla? Se la vita fosse eterna, credo che nutrirei maggiori scrupoli di onestà, saprei di non avere voglia di recitare per sempre ed avendo, solo in quel caso, l'esistenza stessa, un senso dettato dalla permanenza spaziale nel tempo e temporale nello spazio, preferirei viverla con dignità, dando voce alle mie reali sensazioni, avendo cura di poter sempre ricorrere ad una nuova possibilità nel caso di insuccesso. Saprei di avere sempre il tempo di rimediare e non dovendo sprecare interminabili energie intellettuali nel fingere, sopporterei maggiormente l'incessante, infinito trascorrere informe del tempo. La caducità però degli eventi, la futilità della stessa esistenza umana racchiusa tra nascita e vecchiaia, non ci lascia il tempo di errare, e se sbagliamo mostrando il vero di noi stessi, potremmo accorgerci di essere poi troppo vecchi per poter rimediare o per chiedere un'altra possibilità alla vita. Meglio allora studiare prima il terreno, e calibrare la nostra mossa prima di viverla, scegliendo quale maschera indossare, quale quella di maggior successo o che sarà più gradita od addirittura richiesta, nella società. Tutti indossiamo maschere perché ci vergogniamo del nostro io. Forse riusciamo ad essere noi stessi solo quando sogniamo, ossia nel momento in cui le mura della nostra coscienza vengono abbattute dall'inconscio, che mette a nudo le nostre paure e i desideri più reconditi, compresi quelli che non riusciremmo a confessarci. E' per questo motivo che ho deciso di fare teatro: per dare un senso ad una vita che, altrimenti, non lo avrebbe. Riesco appena a sopravviverci ma millanto che mi renda abbiente perché la perversa deformazione professionale del mio mestiere è tale per cui, quando non sono più in scena, difficilmente riesco a resistere alla tentazione di non recitare ancora. E' allora che tutti i miei rapporti, dalle più fredde conoscenze, alle amicizie più solide e agli amori, diventano finti perché io recito la parte che, all'occasione, più mi conviene ed indosso la maschera che i mei studi opportuni sulla persona di riferimento, mi rivelano essere la più attraente nel contesto di riferimento. Non mi sono nemmeno mai chiesto quale sia la maschera che più mi si addice e se debba necessariamente considerarmi più bravo a fingere indossando le vesti di un personaggio piuttosto che quelle di un altro, per il semplice motivo che non mi sono nemmeno chiesto chi sia io veramente. Semplicemente non mi interessa, io recito e fingerò di essere "l'altro" finché vivrò. A che servirebbe sapere chi realmente siamo? siete poi realmente convinti che l'intelligenza umana si possa davvero limitare ad una sola personalità, ad un unico carattere, portamento o stile, ad un soggetto solo? credete che si possa essere perfettamente buoni o splendidamente cattivi o forse tutti siamo di tutto un po', tirando fuori qualche bene o talaltro male che c'è in noi, a seconda della convenienza opportuna nel farlo? Noi non siamo tutta luce o tutta ombra, sono i retaggi culturali e le esperienze vissute che ci hanno insegnato quale parte utilizzare delle nostre potenzialità, di fronte al rimanifestarsi di eventi già vissuti. La vita ci insegna quindi solo a recitare, migliorando le nostre prestazioni di fronte al progredire della nostra squisita finzione, come un attore che studia recitazione per tutto il suo percorso di crescita, sino a non ricordare nemmeno più il suo vero nome, ma confondendolo con uno dei tanti personaggi interpretati in vita. Fu già con questa netta visione dei rapporti umani, che cominciai la mia relazione con una donna tremendamente affascinante e di cui mi innamorai molto presto. Non la conobbi all'interno della nostra compagnia teatrale, frequentata spesso solo da brutti anatroccoli che si illudevano di avere la stessa auto-consapevolezza della propria vita, ma che non si rendevano conto invece di trovarsi a recitare solo perché erano delle fallite come me che non riuscivano a piacersi. Mi fu presentata dalla compagna di un mio amico. Ricordo che al primo incontro le parlai subito della mia passione, del teatro, del cinema e della letteratura. Lei apparve molto entusiasta del nostro incontro, sembrava che le interessassero le mie passioni anche se ammise di non averle mai praticate. "Forse è solo una delle tante persone che si sono sedute tra gli spettatori, nella vita, perché hanno avuto il ritegno di non posare nel palcoscenico, inseguendo velleità immeritate o forse solo per quella mancanza di audacia che divide i fruitori dell'arte dagli artisti che, alle spalle dei primi, però vivono" pensai osservandola. Finse di essere interessata di arte e forse lo fece solo per rendersi attraente ai miei occhi perché capii quasi da subito che di teatro, cinema, letteratura, non ne sapeva quasi nulla. Capii però che era comunque affascinata non dall'arte in sé, dato che la passione avrebbe dovuto inevitabilmente portare alla conoscenza, ma da chi la praticava, forse perché immaginava negli artisti degli animi maggiormente sensibili che sarebbero stati capaci di trasmettere e donare molto di più nei rapporti umani. Arianna, questo è il suo nome, era una donna che anche se ignorante nelle materie umanistiche, era pragmatica nella vita sociale, sapeva destreggiarsi nei rapporti lavorativi, astuta e ambiziosa quanto bastava per farsi strada e intraprendere auto-compiacenti carriere creandosi spazi di rispetto e pregio negli organigrammi aziendali, ma non troppo da rovinare l'umanità dei rapporti. Sapeva essere anche molto dolce ed apparentemente fragile quando la sua mente, per natura molto pratica, abbandonava la fatica del calcolo di convenienza. Nel corso del tempo mostrò sempre di più questa sua tenerezza per cui capii che stava esprimendo la "vera se stessa", o forse solo quella che teneva scrupolosamente prigioniera nel suo lavoro di manager, nondimeno frustrandola. Ne fui lusingato ma allo stesso tempo, intuii, ad un certo punto, la convenienza di cominciare a recitare per rendermi ancor più irrimediabilmente attraente ad una mente già rapita dal mio essere. La parte più dura di un rapporto è sempre la fase iniziale in cui bisogna scervellarsi per riuscire a conquistare l'attenzione della donna desiderata. Una volta che si ha rapito la sua attenzione, siamo anche più liberi di sbagliare, la nostra compagna tenderà sempre a giustificare i nostri errori ma lo farà solo per convincere se stessa di aver incontrato l'uomo giusto e di essere conseguentemente felice. Questo ulteriore margine di azione che si acquisisce col tempo, mi permise di intromettere un nuovo livello di audacia nella mia recitazione, introducendo elementi nuovi e sublimando la mia capacità di emulazione di modelli artefatti. La nostra complicità ed intimità intellettuale si trasmise presto anche nel letto dove consumavamo rapporti liberatori, soddisfacendo reciprocamente i nostri bisogni più fisici. Il sesso è però un atto mentale ancor prima di carnale e quando hai a che fare con una persona intelligente, ed Arianna lo era, il tutto diventa più complicato. Il suo pragmatismo non la rendeva insensibile alle dinamiche psicotrope del sesso perverso. Il suo materialismo e la sua attenzione alla mondanità e alla superficie degli oggetti e delle persone, non la rendeva meno suscettibile al piacere delle sensazioni estreme. Era dotata di quella immaginazione sufficiente a captare i segnali più eccitanti di una mente fantasiosa, tanto da averne anch'essa bisogno. Eravamo diversi, le ho sempre detto che guardando una stessa pittura, io avrei notato le caratteristiche del dipinto sulla tela mentre lei ne avrebbe lusingato la cornice. Con l'avanzare del tempo e del numero di rapporti sessuali consumati, mi resi conto che ad un certo punto, avrei dovuto introdurre un elemento di novità per ravvivare la fiamma del suo piacere. Mi accorsi che a forza di ricalcare sempre gli stessi passi già fatti, seguendo le stesse posizioni nei medesimi ambienti, con gli stessi dialoghi, la mia amata si stava annoiando, sapevo che non me lo diceva ma la vedevo sempre meno entusiasta e notavo anche che il tempo per farle raggiungere l'orgasmo, diventava tragicamente maggiore. Non mi accontentavo di rassegnarmi alla consapevolezza della normale routine che inevitabilmente attanaglia, prima o poi, la vita sessuale di ogni coppia. Io la amavo e volevo che fosse sempre come la prima volta. Mi guardai allora un giorno allo specchio e decisi di mettermi una maschera, una ulteriore, ma che riaccendesse le sue fantasie e mi rendesse più desiderabile. Cominciai a proporle di filmarci con una telecamera amatoriale per rivederci nella veste di attori di una scena a luci rosse. Da subito vidi una rinnovata luce nei suoi occhi, seppi che avevo colpito giusto anche questa volta e che avevo anticipato quello che lei da tempo stava pensando ma che non aveva il coraggio di dirmi, probabilmente per non arrecarmi dolore. Cominciai a inscenare un nuovo personaggio, maggiormente cattivo rispetto a quello che avevo recitato sino ad ora. Gli cambiavo la voce facendola più baritonale rispetto alla mia, lo vestivo con vestiti che solitamente non indossavo, lo rendevo più rude e brutale, molto meno attento al suo bisogno di affetto soddisfatto sino a quel momento da coccole e continue carezze. Trasformai il mio personaggio, conferendogli connotati persino di violenza, asserendo, con il mio segreto pensiero, che la volgarità della forza fisica avrebbe destato con successo i suoi ormoni assopiti dalla dolcezza del mio prematuro vittimismo. Creai un personaggio, a suo modo, comunque attraente, ma meno femmineo di quello che ero stufo ormai di recitare, pur conscio che era quello che aveva fatto inizialmente innamorare Arianna. Mi lusingai per la mia fenomenale capacità di comprensione delle esigenze altrui, nel constatare che la mia amata gradiva farsi sbattere violentemente dal nuovo arrivato. Verificai, non con una dolente nota di rammarico, che da quando non ero più io a scoparla ma il mio personaggio, riaccelerai miracolosamente i suoi tempi di raggiungimento del primo orgasmo, la sentii da subito più lubrificata e pronta alla consumazione del rapporto. La mia depressione cominciò quando mi stufai anche del personaggio che io stesso avevo creato, facendola innamorare per la seconda volta, e chiedendole di tornare nel mio "me stesso" che altro non era che il personaggio recitato sino ad allora, ma dal momento del suo primo incontro, e che io solo sapevo essere una prematura, ulteriore, finzione ma che, per un perverso gioco delle parti, sentivo più "mia" forse solo perché era stata la prima maschera indossata, quella che aveva raggiunto per prima il successo, preparando la strada a tutte le interpretazioni successive. Ciò che mi addolorò fu il suo rifiuto di voler uccidere il nuovo personaggio. Mi sentii stupito a pentirmi di averlo creato perché in fondo io avevo sempre recitato e un bravo interprete non deve affezionarsi a una parte piuttosto che all'altra, l'unica mancanza che gli è concessa è quella di non sapere qual è il suo vero io, o meglio, quella di sapere di non averne veramente uno. Decisi di tenere in vita allora il sopraggiunto, quello che fino a quel momento, avevo chiamato segretamente "l'estraneo" e gli diedi un nome: Franco. Franco doveva essere il classico uomo comune, padre di famiglia, ma che tradisce la moglie con le meretrici, un grezzo, un insensibile che non conosce altra legge che quella del piacere proprio, che non donerebbe mai parte del proprio amore all'amante (di cui Arianna indossava, nella finzione, le vesti) ma che lo riservava solo alla propria moglie, anche se stufo di sbattersela. Franco era in fondo un debole che non conosceva altro che le tentazioni di fare sesso con più donne possibili, solo per mettere nuovi sciocchi tasselli nel proprio curriculum di incontri, ma mantenendo sempre distacco emotivo con tutte, quella freddezza, quell'eccessivo portamento poco affabile ma vigoroso e duro, privo di ogni tenerezza di cui Arianna ora necessitava, dopo una intimità confluita inevitabilmente nell'eccessiva mielosità dei dialoghi e dei gesti d'affetto. Ormai lei desiderava sempre Franco, mi accorsi che si era innamorata proprio del personaggio che, da attorello amatoriale quale ero, mi schifavo di più di interpretare. La mia vita non era più felice con lei. Non potevo più sopportare di continuare a recitare un Franco per tutta la vita perché se è vero che nella nostra infima esistenza indossiamo solo tante maschere perché non riusciamo a ricercare il nostro io perso nei meandri delle emulazioni, è pur vero che ci accorgiamo di saper scegliere quale preferire di indossare almeno finchè non diverremo attori talmente professionisti da poterle interpretare indifferentemente tutte quante, ma questa è un'utopia esattamente come quella dell'immortalità proprio perché se la vita è effimera nella sua durata, il suo tempo non è mai sufficiente a diventare attori perfetti. Ora mi trovo qui, in una camera di ospedale, di fianco al mio letto, svegliatomi da due settimane di coma, relative all'assunzione di una dose eccessiva di tranquillanti con cui volli uccidere Franco, pur a costo di trascinarlo nel buio eterno della morte, abbracciato tragicamente al mio illusorio me stesso. A proposito, il mio vero nome è Emmanuel e io sono il regista della mia vita, giunta, dopo tutte queste peripezie e le sue interpretazioni di scena, a questo mio fallimentare tentativo di suicidio. La mia maschera è rimasta qui, a guardarmi di fianco al mio letto, pronta ad essere indossata nuovamente, se voglio che la mia vita non perda la sua eterna battaglia con il desiderio di distruggere la falsità in cui ho imprigionato me stesso.


Emmanuel Gravier Menchetti.

martedì 9 febbraio 2016

"GLI ESSERI DEL COSMO" (Emmanuel Menchetti - racconto tratto dalla nuova raccolta "LA MANTIDE AGNOSTICA")

Per quale motivo sciocco ed auto-referenziale dovremmo pensare di essere soli nell'universo? ... Non è forse questa infinità di spazio nella quale il nostro pianeta è sospeso, come fluttuanti e inconcluse sono le nostre stesse ipotesi e ricerche, qualcosa che potremmo semplicemente rassegnarci ad accettare come superiore alla nostra capacità di conoscenza? Non è forse nell'ammissione e nel rispetto della propria esiguità e circoscrizione intellettuale che sta la saggezza del pensiero? Perché dovremmo illuderci di essere soli in una dimensione spaziale della quale non conosciamo i confini? Possiamo teorizzare che esistano limiti nello spazio? Non è forse possibile che esista una misura della grandezza che non conosca né la sua fine, né il suo inizio? E' la nostra mente, con la sua caducità temporale e la sua ciclicità fisica, che riassume il tutto in qualcosa di finito, percepisce solo il percepibile, comprende e asserisce solo ciò che nasce e si consuma nello stesso modo in cui associa, per metafore, alla propria essenza, l'ambiente esterno alla sua stessa futilità. E' allora che  la mente umana, per sua natura ricercatrice, di fronte alle irrisolte questioni sulla provenienza dell'universo, sull'identificazione del momento x dell'inizio e sui limiti spazio-temporali del tutto, trovandosi incapace di negare né di accertare, crea l'idea di Dio ed a questa improbabile essenza assiomatica, che necessariamente si sarebbe auto-creata, fa risalire il principio e la causa di tutto. Ma se credessimo anche di essere le sole creature di un ipotetico demiurgo di materia e tempo, se ci convincessimo di essere soli nell'universo, non sarebbe forse essa stessa una ipotesi terrificante? Non sarebbe meno orribile di temere di non avere alcuna compagnia in una stanza vuota e buia, di cui non conosciamo gli angoli più nascosti? ... Pensare, per contro, di essere invece affiancati a qualcuno  o qualcosa di vivente nella stessa stanza buia, senza poterne però ammirare la sagoma, non è forse altrettanto terrificante? L'unica verità assoluta è allora la condivisibile percezione di orrore e raccapriccio che sia l'una, sia l'altra ipotesi, ci provocherebbero. La paura partorisce solo l'idea di ignoto ed informe ed è ancor più vero quanto ciò che, pur nella sua obiettiva mediocrità o bruttezza,  se lo si riconosce, quindi lo si codifica, gli si conferiscono attributi dell'essere, diventa concreto e familiare, trasmettendo l'abitudine a cui istinto naturale e ragionevolezza, conseguentemente e reattivamente, si confanno. L'unica risposta è allora la formulazione di una nuova domanda che parta dalla sagace ammissione della propria incapacità di conoscere, della propria ignoranza di non sapere con cui distinguersi dall'inciviltà, stavolta nello stile e nella gestazione del pensiero ancor più che nella mera sostanza, di chi crea figure divine come capri espiatori, al solo scopo di difendere la propria incapacità di rispondere. Tutto nasce da una domanda e alla domanda torna perché i quesiti non sono etimologicamente fatti per avere risposta, altrimenti si chiamerebbero assiomi ossia domande indipendenti dalla risoluzione, che generano quindi onanisticamente risposte false, per natura, dal proprio grembo. Ma non voglio annoiare il lettore con turpiloqui di cui io stesso scrivo un'apologia della irrisolutezza ed ho fretta di raccontare. Tali quesiti si muovevano come satelliti nella mente del mio protagonista, tra libri di scienza e articoli su visioni di oggetti volanti non identificati, a scandire la noia di una vita rurale, altrimenti vissuta solo tra i campi di un piccolo borgo di campagna. Un giorno incontrò una giovane ragazza, vedendola uscire da un locale sulla strada che, a poche miglia, portava a casa sua. La vide la prima volta, la osservò chiedendosi chi fosse e di dove venisse dato che il paese era piccolo, distante diverse ore di auto dal primo centro cittadino e tutti si conoscevano. Armonizzò dentro di sé pensieri e quesiti che volgevano dal chiedersi se fosse una forestiera, una turista che si era persa entrando nel pub per chiedere informazioni sul tragitto, al perché una persona avrebbe dovuto, seppur per sbaglio, passare per quelle lande così desolate. Il giorno che la vide per la prima volta, la notò allontanarsi verso un campo brullo dietro a dei cespugli, percorrendo un sentiero improvvisato ma in cui la vegetazione mostrava di essere stata già calpestata almeno qualche volta. Dopo questa celestiale visione la donna scomparì ai suoi occhi. Entrò allora di fretta nella porta della locanda da cui la misteriosa donna era uscita e chiese informazioni a suo riguardo, interrogando chi serviva birre dietro al bancone, ma ottenne solo esclamazioni evasive. Pareva che la donna misteriosa fosse entrata, si fosse messa in un angolo da sola ad osservare la gente e poi se ne fosse andata senza parlare con nessuno. Questa descrizione vestì la forestiera di arcano, di incomprensibile, suscitando ancor più la curiosità di conoscerla. Qualche giorno dopo la rivide dalla strada, rientrare nella stessa locanda, fu sicuro di riconoscerla, e decise allora di seguirla. La vide seduta sola in fondo al bancone ad osservare i clienti con occhiate rapide e circospette, come se aspettasse qualcuno, gettando così ponti di analogie con il primo racconto su di lei che aveva ascoltato, anche se la dialettica dei rozzi contadini di un villaggio di campagna, mal si addiceva a permettere di cogliere raffinati dettagli di osservazione, e inopportuna si mostrava nel saperli trasmettere verbalmente. La vide poi alzarsi e uscire dal locale, senza parlare con alcuno e la seguì. Percorse lo stesso tragitto, il sentiero con la vegetazione appena calpestata, seguendo le sue orme, poi la chiamò. Lei si voltò, gli sorrise e sparì dietro un cespuglio che celava uno sterrato attorno ad un vecchio casolare decrepito, inabitato da decenni. Pensò che fosse una nuova inquilina ma si stupì che il casolare non recasse segni di lavori di ristrutturazione, ma si mostrasse invece nello stesso stato di degrado ed abbandono al quale aveva abituato a mostrarsi. Il fatto che rendeva il tutto ancora più misterioso era che da quando era comparsa nel villaggio la misteriosa donna, erano accadute cose insolite. Stormi di uccelli avevano cominciato a defecare in volo insoliti liquidi simili ad un plasma rosaceo, cani abbaiavano di fronte alla visione del nulla e gatti si contorcevano in pose innaturali, emanando miagolii striduli come se qualcosa li stesse infastidendo. Innumerevoli sono le vie percettive dell'istinto animale come  informe e a perdita di vista è l'immaginazione umana di fronte all'insolito, quale provocherebbe la visione di un oceano sommerso dalla nebbia in fusione col cielo, dalla cima di un dirupo a picco su di esso. Dopo notti insonni passate a fantasticare sulla nuova presenza, decise di appostarsi nelle vicinanze del casolare per fermarla e parlarci, tentando così di fare ciò che nessun abitante, paradossalmente curioso, del borgo,  aveva fatto prima. Non passò molte ore di attesa dietro ai rovi a poche decine di metri dalla casa, quando la vide uscire e incamminarsi verso il sentiero. La seguì, le si piantò innanzi e le parlò. "Sei nuova di qui?" le chiese. La donna lo guardò come spaventata. "Abiti in quel casolare?" lei gli sorrise ma non rispose. "Se sei nuova di qui ti posso aiutare a dargli una sistemata! io faccio il contadino, ho costruito un capanno qui vicino dove tengo arnesi e ho anche un orto, se vuoi ti porterò qualche prodotto della mia terra... se ti va". La donna lo guardò, lo fissò come se vedesse un qualcosa di magnifico, di straordinariamente irriconoscibile e diverso da tutto ciò che avesse conosciuto prima. Sfiorò il contadino con mani ossute. L'uomo sentì le sue dita fredde come il ghiaccio. Osservò i suoi occhi senza ciglia né sguardo, all'interno dei quali l'iride in assenza della direzionalità delle pupille, pareva invadere con un univoco colore bluastro, tutto il bulbo. Percepì la stranezza di quella visione. Sembrava che la donna non avesse conosciuto figura umana prima e che fosse incapace di parlare. Forse era muta, pensò l'uomo.  Ad un tratto si bloccò, come se fosse stata colta da profonda ipnosi. Lui cercò di muoverle le mani di fronte agli occhi ma era come se lei non le vedesse, non rispondeva minimamente ai gesti, come se la sua mente fosse imprigionata in uno stato comatoso, lontano anni luce dalla realtà sensibile. Impaurito dal fatto che potesse essere colta da un ictus o una qualsiasi forma emorragica di privazione del pensiero, la afferrò per le mani, ma il suo corpo era rigido ed impiantato sui propri piedi come se questi, a loro volta, avessero tessuto radici sotto al terreno. Rimase in questo stato di privazione della coscienza per alcuni minuti di assoluta impotenza e sospensione di ogni forma di vita neuronale e molecolare. Poi sembrò riprendersi, ma con lo stesso sguardo perso nel vuoto e la fronte ora aggrottata, in antitesi con la previa distensione dei lineamenti ma ancor privi di rughe nella pelle, si girò e, senza parlare, camminò indietro lasciando di sé solo la visione della chioma di capelli a gettarsi sulle spalle curve, tornando al casolare sino ad entrarvi e chiudere la porta dietro di sé. Dopo quell'avvenimento le notti insonni passate a tentare di capire, per l'uomo, si moltiplicarono. Cercò anche di fare domande in giro ma non riuscì ad ottenere alcuna informazione sulla misteriosa donna, dai compaesani che, anzi, lo deridevano di fronte al racconto di quella vicenda. Cercò di parlare dell'accaduto con un medico che trovò solo in città a diverse miglia dal paese, implorando una sua visita a casa della malata ma lui si rifiutò di recarsi sino in contea, sostenendo che non facesse parte della sua giurisdizione di copertura sanitaria. La soluzione dell'arcano non era che nelle sue uniche forze. Si decise allora ad aspettare il momento più opportuno per recarsi nel casolare e far luce su ciò che stava accadendo. Intanto morie di pesci con branchie gonfie e livide e bulbi oculari fuori dalle loro orbite, infestavano i ruscelli, accatastandosi in mucchi di cadaveri e formando dighe che ostacolavano il defluire delle acque mentre le piantagioni di patate, sedani e carote stavano morendo disseccate anche se non erano cadute meno piogge del solito in quella stagione. I cavalli perdevano la loro criniera e nessun insetto ronzava nel cerchio di qualche decina di metri dal casolare, lasciandolo in un silenzio irreale in cui l'aria che si respirava tutta intorno, era come corrotta da un aspro e acidulo odore di marcio, quasi se sostanze organiche fossero state abbandonate in uno stato di putrefazione al suo interno. Col passare dei giorni, le contaminazioni dell'aria, dell'acqua, degli animali e dei raccolti, non risparmiarono neppure gli umani. Alcuni di questi persero ogni bulbo pilifero, capelli, ogni sorta di pelo pur dal naso o dai lobi delle orecchie, anche le ciglia e tutti gli altri che non erano ancora perfettamente calvi e nudi come neonati, se ne fuggirono nelle lontane città a raccontare storie improbabili di infestazioni chimiche dei campi, forse ad opera di attentatori di religioni o culture ostili. Una notte, più silenziosa delle altre, uno stato di sonnambula agitazione delle membra svegliò l'uomo di cui vi ho parlato, e lo guidò contro al suo volere, prigioniero di uno stato ipnotico, per un paio di miglia fuori dalla propria abitazione, fino al casolare dei misteri. Era per la sua mente scossa dal previo torpore onirico, come vivere un nuovo sogno con la stessa impotenza della volontà, ma trascinato da una forza che concretamente ne attirava il corpo, quasi fosse guidato da un'intelligenza estranea all'organismo stesso. Una concentrazione di forze occulte che si opponevano al pensiero e al comando del corpo. Quando, nel chiarore argenteo della luce lunare, raggiunse e varcò la porta del decrepito rudere dove viveva la donna dei misteri, la vide nuda di fronte a lui, come se lo aspettasse. Lei lo prese per mano e lo portò in una stanza. Lo fece stendere supino in un altare di pietra fredda. Tutto questo accadde sotto lo sguardo vigile della coscienza del contadino inerme, che però rimase inerte di fronte al desiderio di fuga, avendo perso il comando degli arti e di ogni terminazione nervosa. Le sue mani e i piedi furono legati con un laccio stretto nella posizione dell'uomo vitruviano. Comparvero allora tutt'intorno esseri ignobili, nani, di una bruttezza informe, con occhi giganti e incolori, senza sguardo, lunghi tentacoli sopra ciò che lontanamente potevano sembrare delle teste, affossate, senza collo, in corpi squamosi, che si muovevano nello spazio senza piegarsi o distendersi ma semplicemente fluttuando, come scivolassero su tenaglie di muco. Un essere di massa corporea più grande di loro, sempre che di materia si potesse parlare, ma non meno orribile, fluttuò sul suo corpo prigioniero e opportunamente denudato dagli alieni. Sotto la pancia molliccia del mostro così accovacciato sopra, si aprì un vortice di squamose labbra vaginali che attanagliarono il suo membro fino ad eccitarlo con un solo movimento meccanico e rotatorio, mentre odori nefasti di consumo corporale si liberavano nell'aria già corrotta. Quando il pene del prigioniero, con l'ausilio del solo movimento meccanico di quelle membrane, pur con la mente dissociata in perfetta antitesi da alcun pensiero libidinoso, arrivò all'inatteso orgasmo, la grande genitrice aliena liberò all'interno della sua mostruosa vagina, innumerevoli alveari di ovuli che raccolsero lo sperma umano, facendolo defluire in sacche contenenti larve fetali di organismi il cui dna e la cui codifica cromosomica, sarebbe rimasta inesplorata dalla scienza ancora per chissà quanti millenni, se il nuovo ospite del pianeta terra, non fosse venuto esso stesso incontro alla curiosità umana, mosso da velleità di sperimentazione genetica, finalizzata all'invasione totale e incontrastata dell'umanità.

Emmanuel Menchetti.